Vai al contenuto

GIOVANI: come costruire un rapporto di fiducia con le nuove generazioni?

Un incontro di riflessione educativa, sociale e civile di fronte ai numerosi episodi di disagio e devianza giovanile che interrogano tutta la comunità. Ne abbiamo parlato con Don Massimo Mapelli, responsabile Caritas Ambrosiana – zona Pastorale VI Milano martedì 24 febbraio 2026 in Aula Civica a Barzgo.

Una serata  ricca di significato quella vissuta insieme a Don Massimo Mapelli che ci ha invitato a fermarci e riflettere davvero. Un momento di riflessione che ci ha aiutato a guardare al mondo giovanile con uno sguardo diverso, più attento e consapevole, mettendo in discussione il modello educativo di tutti noi adulti.

È solo la prima tappa di un percorso necessario, un tema complesso da affrontare insieme.

I giovani e la sfida della fiducia: alleniamo lo sguardo ai segnali deboli

Martedì 24 febbraio, presso l’Aula Civica di Barzago, il nostro Gruppo Il Paese ha organizzato una serata su “Giovani. Come costruire un rapporto di fiducia con le nuove generazioni”.

L’iniziativa è stata preparata con una capillare informazione ai cittadini attraverso un volantino.

Relatore don Massimo Mapelli responsabile Caritas Ambrosiana e fondatore, 25 anni fa, di “Una Casa anche per te” per l’accoglienza degli emarginati e delle persone che versano in gravi difficoltà, dai minori stranieri non accompagnati ad adulti senza fissa dimora e donne sole con bambini. Il suo impegno veramente esemplare è stato riconosciuto attraverso la consegna dell’Ambrogino d’oro, da parte del Comune di Milano, e del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana da parte del Presidente Sergio Mattarella.

Un discreto numero di cittadini ha ascoltato con attenzione le parole, in alcuni passaggi molto forti, di don Massimo. Tra questi la sindaca Melissa Cereda e alcuni Amministratori comunali.Dopo un breve saluto ai presenti da parte di Michele Bianco, Capogruppo di minoranza, è toccato a Natale Perego il compito di introdurre il tema dell’incontro e di presentare il relatore. 

Don Massimo Mapelli è alto e robusto. Sembra fatto apposta per gestire situazioni impegnative. Arriva a Barzago accompagnato da Emilio un giovane rom. Lo presenta all’inizio del suo intervento come a volerci lanciare una piccola provocazione, qualcosa che va contro il senso comune. “In casa ho quaranta ragazzi”. Dice proprio così: Casa. Cioè quella parola che, quando la sentiamo ci fa pensare allo spazio che ci accoglie e ci dà sicurezza, luogo dei nostri legami, delle nostre abitudini e dei nostri desideri. Quella casa che molti di questi “figli” non hanno mai conosciuto prima.

La voce di don Massimo, che scandisce i concetti in modo esplicito, si accompagna a uno sguardo ironico e sorridente e mette in moto un racconto ricco di storie che potresti ascoltare a lungo senza mai stancarti. Un racconto che chissà quante volte ha ripetuto, se pensiamo che in una decina d’anni ha incontrato quindicimila studenti di età diverse. Sono storie che parlano di fuga dalla fame e dalle guerre, di ragazzi cresciuti molto in fretta a causa di esperienze difficili e a volte dolorose. Soprattutto parlano di rabbia accumulata per la spietatezza della sorte, per una storia dolorosa vissuta sulla propria pelle. Sono ferite che tu devi ricucire, curare. È quello che questo sacerdote fa da 22 anni. Accoglie di volta in volta ragazzi provenienti da ogni paese, che sono arrivati in Italia chi per mare chi per terra, e qualcuno addirittura a piedi; come un ragazzino di nove anni (nove anni!) partito da solo dall’Eritrea. Quasi tutti sono passati dai Centri di detenzione in Libia, e lì hanno visto e vissuto esperienze terribili. “Abbiamo accolto un ragazzo egiziano di dieci anni, che ne aveva già trascorsi quattro in Libia. La Libia ti segna!”

Sì, ma come fai a gestire tante persone, a tenere a bada tante personalità, tanti caratteri uno diverso dall’altro senza rischiare di andare in crisi? “Innanzitutto devi allenare lo sguardo a vedere i segnali deboli, che sono i più difficili da percepire, da decifrare”. I segnali forti, quelli che un ragazzo ti mette sotto gli occhi in modo evidente, provocatorio, quelli siamo tutti capaci di coglierli. Ma attenzione, avverte, anche questi a volte tendono a indebolirsi, e allora le cose si complicano. “Naturalmente, devi stabilire delle regole, farle accettare e tenere ferma la barra, dicendo sì quando serve, ma dicendo un no deciso quando è necessario, anche quando tu adulto sei stanco e potresti cedere per liberarti del problema. Se io comando di consegnarmi il cellulare, il ragazzo deve obbedire senza indugio. Lo stesso vale per il rientro il sabato sera, che è regolato da un accordo”. Quante volte noi nelle nostre case non accontentiamo i nostri figli per quieto vivere, per convenienza, o per semplice stanchezza!

Molti di questi adolescenti hanno dentro una rabbia accumulata negli anni e resa sempre più forte da questa società che fa della competizione e della performance un obbligo al quale è difficile sottrarsi. E se non tieni il passo degli altri, se non sei sempre ambizioso, puoi cadere in preda all’ansia e all’esasperazione dei rapporti con gli altri. E allora ti puoi trovare di fronte a reazioni e a comportamenti poco comprensibili, come quello del ragazzo che ruba il cappellino firmato Gucci, uno sberleffo tragicomico. E già, perché oggi bisogna esibire oggetti imposti dalle mode per essere apprezzati. Oppure il ragazzo che non ha un tetto sotto il quale ripararsi la notte: e allora si stende sui sedili del tram 90/91 e si fa portare in giro per Milano fino al mattino. Che società è questa che brucia una montagna di soldi (si parla di qualcosa come 150 miliardi di euro, di cui 80 online, con un semplice clic da casa) nel gioco d’azzardo! Questa società è quella che produce emarginati, alcuni dei quali cercano una fuga nelle droghe. Droghe, al plurale. “Sessant’anni fa c’erano tre tipi di sostanze, oggi ce ne sono qualche migliaio! Così, se uno va in overdose e non sai nemmeno di che cosa si è fatto, come fai ad aiutarlo?” Nella sua impresa educativa don Massimo ha un alleato importante: IL GRUPPO. Il gruppo è nato e si è ampliato negli anni con l’ingresso, uno alla volta, dei giovani che hanno bussato alla porta della Casa. È di fatto la storia, l’accumulo di esperienze di questa straordinaria avventura. È il gruppo che accoglie il nuovo arrivato e gradualmente lo immette in una rete di relazioni, di interessi comuni e di valori che danno ai suoi membri sicurezza, identità e un senso di appartenenza.

È sempre il gruppo che arruola volontari per rimettere a posto appartamenti o ville confiscate alle mafie, che prima di mollare spaccano e distruggono tutto quello che possono, allo scopo di rendere l’immobile inagibile. “Ma noi non ci perdiamo d’animo e raccogliamo la sfida. In questo modo riusciamo a dare un tetto a chi ne ha bisogno”. In un certo senso, questi ragazzi accolti sono più fortunati dei loro coetanei che vivono di fatto in solitudine in certe famiglie che non hanno tempo per questo impegno, dice rispondendo a una considerazione di uno dei presenti in aula civica. Non sembra una provocazione da poco.

Qual è il fattore principale che facilita la decisione di un ragazzo (con tutto il suo bagaglio di frustrazioni, di sconfitte e di rabbia), di farsi agganciare e di provare un nuovo modello di relazione e di convivenza? “La FIDUCIA” risponde sicuro don Massimo. Ma la fiducia la devi costruire giorno dopo giorno, passo dopo passo, con pazienza, con umiltà. Un lavoro di semina. Un dono fragile, è stata definita la fiducia, qualcosa che, una volta guadagnato, occorre custodire con generosità e con disponibilità. Soprattutto con l’esempio: se vieto il cellulare ai ragazzi, il primo a consegnarlo devo essere io, sennò non funziona.

Tante altre cose racconta don Massimo. La storia di un ragazzo che ha girato le carceri di mezza Italia, marchiato dalla inclinazione incontenibile a capeggiare rivolte e col quale si è fatto un paziente lavoro di accostamento che si è trasformato gradualmente in un rapporto di fiducia reciproca. E questo rapporto non è venuto meno neanche quando un giudice lo ha riportato dietro le sbarre. Parla dell’inserimento nel mondo del lavoro dei suoi ragazzi. Esemplare poi la vicenda di un giovane assassino col quale la famiglia dell’ucciso non nega un percorso di avvicinamento, alla fine del quale è nata la decisione di adottare l’omicida. Come un altro figlio. “Tuttavia queste storie non arrivano alla gente, la stampa e gli altri media non ne parlano, e quindi è come se non fossero mai esistite!” conclude con un tono di amarezza.

Ma, nonostante tutto, bisogna pensare positivo, come fanno, per esempio quei datori di lavoro che sanno guardare lontano e offrono ai giovani della Casa parecchie forme di aiuto.

Come fa anche il Comitato “Ponti di pace” nato un paio d’anni fa a Milano lungo il Naviglio Grande. Esso raduna diverse realtà, tra cui Caritas e ANPI e promuove iniziative contro la guerra. Sappiamo tutti quanto questi sforzi siano necessari in tempi come questi.

Grazie don Massimo per queste aperture di speranza che ci hai offerto e per gli auguri che ci hai fatto per il lavoro che aspetta il nostro Gruppo!

Don Massimo Mapelli

Chi è Don Massimo Mapelli?

Don Massimo Mapelli (Merate LC, 1972) è dal 1997 un sacerdote della Diocesi di Milano. Fino al 2004 è stato coadiutore a Paderno Dugnano (Milano), dove nel 2000 ha fondato “Una Casa Anche Per Te” di cui è tuttora presidente.

Dal 2004 al 2012 è stato impegnato nella Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani” di Milano. Dal 2012 è Responsabile di Caritas Ambrosiana per la Zona pastorale VI di Milano. Nel 2016 ha fondato la Cooperativa Madre Terra, una società agricola che dà lavoro e salvaguarda il territorio come bene comune. Da circa 15 anni, dirige la “Libera Masseria”, una casa confiscata all’ndrangheta nel Milanese e diventata presidio di giustizia sociale.

Nel 2013 ha ricevuto l′Ambrogino d′oro, onorificenza del Comune di Milano, e nel 2024 è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana dal Presidente Sergio Mattarella.

Don Massimo Mapelli è da sempre impegnato in attività di accoglienza e ospitalità di persone in difficoltà, dai minori stranieri non accompagnati alle famiglie, da adulti senza fissa dimora a donne sole con bambini, con uno stile comunitario e di condivisione, che incoraggia la promozione di percorsi concreti di autonomia.

Privacy Policy Cookie Policy